Seminario nazionale "Federalismo e settori pubblici della conoscenza"

Webcronaca

  • Presentazione

    "Federalismo e settori pubblici della conoscenza" è il titolo del seminario organizzato a Firenze dalla FLC CGIL. È il 30 marzo e ci troviamo all'Università di Firenze, presso la Sala Rossa di Villa Ruspoli.

    Siamo al terzo ed ultimo appuntamento dopo quelli di Venezia e Cosenza dove la discussione è stata incentrata rispettivamente sui temi del contratto e della contrattazione e della Costituzione, laicità e rappresentanza sociale.

    Ore 10.20

    Introduce i lavori Maria Brigida, segretaria nazionale FLC CGIL. Dopo aver illustrato l'organizzazione dei lavori, sottolinea l'importanza del tema in discussione che sarà anche ripreso in una specifica sessione del II Congresso nazionale il 16 aprile 2010.

    L'occasione è utile per una discussione libera e approfondita sui temi del federalismo/regionalismo sui quali dovremo essere sempre più presenti anche alla luce degli ultimi risultati elettorali.

    Sarà Gigi Rossi, segretario nazionale FLC CGIL, a condurre i lavori che iniziano con l'intervento di Alfonso Rubinacci.

    Ore 10.15

    Alfonso Rubinacci, esperto di sistemi formativi - Tecnostruttura, ringraziando la FLC CGIL per l'invito, ha ricordato la sua passata attività presso il Ministero della Pubblica Istruzione, che gli ha permesso di avere una visione complessiva della questione federalismo, ed è stata un'esperienza utile nel confronto avuto con gli assessori regionali nell'ambito della stesura dell'accordo quadro sul federalismo. Ha sottolineato che l'argomento va affrontato con un ragionamento complessivo e si è detto convinto che l'Accordo quadro dà visibilità e concretezza all'attuazione del Titolo V della Costituzione. Ha sostenuto, inoltre, che federalismo fiscale e scolastico sono strettamente connessi perché investono tutti i soggetti istituzionali che sono, insieme, gli elementi costitutivi del federalismo. Ha ricordato che il testo dell'Accordo quadro è frutto del lavoro congiunto di Regioni, Miur, Mef, Comuni e Comunità montane e che è stato possibile arrivare ad una sintesi con la reciproca disponibilità a cambiare alcune posizioni di partenza. Ha evidenziato come l'evoluzione verso il federalismo scolastico non sia semplice in quanto richiede grande responsabilità da parte di tutti i soggetti istituzionali coinvolti per costruire una nuova identità istituzionale. Ha molto insistito sul fatto che il federalismo funzionerà solo se l'interesse di ciascun soggetto si contempererà all'interesse collettivo. Partendo dalla considerazione che il conflitto non giova alle istituzioni e ancor meno alla scuola, ha ricordato che, nonostante l'art. 117 disegni la nuova geografia istituzionale, affidando precise competenze allo Stato e alle Regioni, si è prodotto negli anni un notevole contenzioso istituzionale che l'attuazione dei contenuti dell'accordo può contribuire a ridurre notevolmente. Il riformismo, ha sostenuto Rubinacci, va gestito con prudenza, senza strappi e forzature, per poter porre i necessari correttivi ad un centralismo gestionale che non è più in grado di gestire un sistema sempre più complesso come la scuola.

    Rubinacci, si è anche lungamente soffermato sulla necessità di definire i LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni) quale garanzia dei diritti sociali e civili per tutti a livello nazionale. I livelli essenziali delle prestazioni vanno correttamente individuati per evitare lo sconfinamento dei reciproci compiti istituzionali, ricordando che la definizione dei LEP è compito esclusivo dello Stato attraverso la legge.

    Proseguendo nel suo intervento Rubinacci ha sostenuto che la mancanza di un adeguato processo di monitoraggio e di valutazione, attraverso criteri condivisi, ha finora impedito una lettura vera dell'autonomia scolastica e questo ha inciso sulla mancanza di sviluppo del sistema, con ricadute pesanti anche sull'autonomia organizzativa e finanziaria delle scuole.

    Pur ritenendo possibili eventuali rischi sull'attuazione del federalismo e riconoscendo legittimità a tutti i dubbi espressi, ha evidenziato che il sistema ha assolutamente bisogno di essere migliorato: per questo va adeguata la macchina amministrativa in modo da favorire l'innovazione dei sistemi istituzionali decentrati. Il Ministero dell'Istruzione non deve avere più compiti di gestione del sistema sul territorio nazionale ma una funzione di coordinamento delle singole componenti in gioco; deve monitorare gli standard e garantire l'applicazione dei LEP. Le materie dell'accordo quadro toccano lo Stato e i livelli decentrati allo stesso modo; il federalismo, ha ancora sostenuto, non deve far porre domande false su chi davvero governerà la scuola, per questo l'interrogativo che si pone è: i soggetti individuati sono pronti a farlo? Stato e Regioni quanto e come ritengono centrale il sistema di istruzione nazionale?

    Se si superano arroccamenti e fraintendimenti si possono cogliere molti vantaggi del federalismo, ha affermato, elencandone due: l'avvicinamento del cittadino (cioè colui che paga il servizio) all'amministrazione; più concrete condizioni per rispondere meglio alle esigenze del territorio e alle sue sollecitazioni.

    Il federalismo fiscale non deve allargare le già evidenti differenze tra le Regioni; obiettivo dell'Accordo quadro è fissare i contenuti e le potestà delle Regioni per distribuire le risorse nell'ambito dell'offerta formativa e distribuire il servizio scolastico e formativo per garantire l'unitarietà del sistema. Su questo versante le Regioni hanno preso l'impegno di dare concretezza operativa ai contenuti dell'accordo quadro. Ha evidenziato, come più complesso è l'aspetto che riguarda il personale della scuola, ma anche la gestione dei servizi alle scuole autonome attraverso l'organizzazione e la distribuzione sul territorio da parte dei Comuni sulla base delle singole leggi regionali, la gestione del passaggio funzionale del personale statale per la programmazione sul territorio, le dotazioni infrastrutturali.

    Rubinacci ha concluso il proprio intervento ribadendo che l'analisi dello stato attuale del sistema è utile per definire le funzioni necessarie per passare dal vecchio ordinamento al nuovo, per delineare un sistema di istruzione più partecipato per affrontare sfide sempre più complesse. Ha ribadito, inoltre, che tutto ciò non si ottiene solo ridisegnando compiti, ma attraverso la convinta responsabilità che assumerà ciascuno dei soggetti in campo.

    In allegato l'abstract dell'intervento.

    Ore 10.45

    Il dott. Elio Satti, Servizio Istruzione della Regione Toscana, nel portare i saluti dell'Ass. Simoncini, assente per impegni sopraggiunti, sostiene che la Regione è preoccupata per come sarà applicato l'accordo Stato/Regioni, presentato nel precedente intervento da Rubinacci.

    Sviluppa il suo intervento su tre punti, che richiedono, a suo giudizio, una normazione ulteriore: Programmazione, Organizzazione rete scolastica eGestione del personale.

    • Programmazione. Va chiarito cosa si intende per programmazione offerta formativa: non solo chiedere al territorio ma comprendere l'entità dell'investimento da fare. La programmazione richiede conoscenza della realtà, attraverso gli EE.LL. ma anche con il contributo della cosiddetta società civile. Nella programmazione non vanno dimenticati i soggetti dell'"educazione", che vanno  oltre quelli dell'"istruzione".
    • Organizzazione rete scolastica. Una volta definito cosa intende offrire la regione, l'offerta va distribuita nel territorio. Il sistema è già strutturato ma si deve aggiornarlo: con quali risorse? Per il momento non si ipotizzano tempi per il trasferimento di denaro; le risorse umane comunque si dovranno conoscere in tempo utile per poter programmare: in caso contrario la programmazione non esiste.
    • Gestione del personale. Le regioni non decidono l'organico, sarà la conferenza Stato/Regioni a decidere i criteri su cui stabilire l'organico. Ad oggi i tempi non tornano: entro il 30 novembre si deve decidere l'organico, entro il 31 dicembre la programmazione territoriale. Non ci sono i tempi per un lavoro serio. Alla fine si tratta di una competenza esclusiva tarpata da vincoli finanziari!

    L’istruzione e formazione professionale diventerà regionale; si possono sviluppare tre modelli:

    • La sussidiarietà e laddove le regioni non sono in grado, affidano il compito agli istituti professionali e tecnici
    • Un modello regionale (la Toscana ha il suo).
    • Chiamata di progetti, a cui concorrono sia le scuole private che pubbliche.

    La sfida posta, afferma Satti, è importante: occorrono strumenti e scelte politiche. In Toscana la nuova Giunta dovrà  scegliere quale rapporto tenere con lo Stato e gli spazi da lasciare all'uno o all'altro. Non esistono altri modi  se non quello di entrare nel merito delle varie questioni.

    Non possiamo più non prendere atto che qualcosa è successo. L'istruzione è una nuova sfida per le regioni, su cui  fino a oggi non si è agito perché si era senza strumenti.

    Ore 11.10

    Il prof. Giovanni Garofalo, docente di Diritto del Lavoro e Preside della Facoltà di Giurisprudenza all'Università di Bari, ha imperniato la sua relazione sul "personale scolastico nel trasferimento delle competenze dallo stato alle regioni" con la premessa che per gli altri settori della conoscenza il discorso del federalismo non passa attraverso ristrutturazioni ordinamentali, ma attraverso lo strumento finanziario.

    Il prof. Garofalo ha approfondito le relazioni individuali e collettive di lavoro. Un primo punto fermo dal quale deve muoversi ogni discorso in materia sono: la natura privatistica e contrattuale dei rapporti individuali e collettivi di lavoro con le pubbliche amministrazioni e, tra questi, del personale scolastico. Oggi, con gli interventi legislativi del 2009 assistiamo ad una vera invasione di campo della legge in spazi propri della contrattazione collettiva.

    Secondo punto fermo è corollario del primo: dopo qualche iniziale incertezza in dottrina, i rapporti individuali e collettivi del lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, anche regionali e degli enti locali, sono regolati con legge statale, in via esclusiva, in quanto, essendo rapporti retti dal diritto privato del lavoro, rientrano nella competenza legislativa esclusiva dello Stato

    Un ulteriore problema nasce dalla previsione che il numero dei comparti contrattazione non può essere superiore a 4. La proposta avanzata dalla nostra organizzazione è che uno dei 4 comparti sia composto dall'intera filiera pubblica della conoscenza, da tutte le istituzioni pubbliche che esistono per creare e trasmettere la conoscenza critica. È una risposta avanzata che ribalta in positivo una situazione di difficoltà creata dal DIgs 150/09.

    Nel ed. Master pian predisposto dagli assessori all'istruzione che, nel 2006, ha dato avvio alla discussione che stiamo conducendo oggi, si è affermato che il personale scolastico deve essere alle dipendenze giuridiche (ed economiche) dello Stato ed alle dipendenze funzionali dalle Regioni. Nel testo dell'Accordo quadro questo si è tradotto nell'impegno di trasferire alle Regioni le funzioni di programmazione del personale e la sua distribuzione territoriale.

    Occorre, dunque, procedere ad un esame analitico delle singole funzioni attinenti al personale per ripartirle tra i tre livelli di dipendenza, alla luce dei principi di leale collaborazione e di sussidiarietà e nel rispetto delle competenze che il DIgs 165/01, anche dopo le modifiche del 2009, attribuisce alla contrattazione collettiva. Occorre anche individuare le modalità di coinvolgimento delle Regioni nella contrattazione collettiva nazionale del personale scolastico e come la struttura della contrattazione possa essere un fattore di stabilizzazione del nuovo assetto delle fonti, se non un fattore di promozione dello stesso

    II DIgs 165/01 dispone che il trattamento economico e normativo dei personale sia determinato dalla contrattazione collettiva; non può, dunque, essere determinato unilateralmente dai datore di lavoro pubblico (Stato o Regione che sia).

    La riforma del 2009 non tocca un punto essenziale: quanti e quali debbano essere i livelli di contrattazione; quante e quali siano le materie affidate alla contrattazione integrativa; «quale debba essere il rapporto tra i differenti livelli (art, 40.3). Questo aspetto è di particolare rilievo : l'assunzione di nuove competenze da parte delle Regioni nella nostra materia con l'inevitabile ricaduta delle stesse sui personale scolastico richiede l'attivazione di un tavolo di confronto con le oo. ss. su queste ricadute e ciò non può avvenire solo attraverso la concertazione, ma anche attraverso veri e propri momenti di contrattazione e ciò rende necessario il rafforzamento e la trasformazione dell'attuale livello regionale di contrattazione decentrata con le modalità e nei limiti stabiliti consensualmente in sede di contratto nazionale.

    L'Accordo Quadro, nel testo definito al tavolo tecnico, quindi, mantiene la dipendenza organica dallo Stato, prevede l'attribuzione di quelle programmatone alle Regioni e, esplicitamente o implicitamente, mantiene l'attribuzione delle attuali competenze all'istituto scolastico autonomo. È stata, dunque, scartata l'ipotesi opposta del trasferimento di questo personale alle dipendenze di queste ultime, come avviene nella Sanità.

    Il prof. Garofalo è partito dall'autonomia scolastica; non vi è dubbio che l'ambito, la struttura, gli organi e l'ambito di competenza dell'autonomia delle istituzioni scolastiche, in quanto elementi dell'architettura del sistema vadano qualificate come norme generali sull'istruzione e, come tali, rientrino nella competenza legislativa statale (Corte costituzionale, sentenza n. 200/2009). Quindi, la vigente legislazione (statale) che attribuisce alla competenza delle istituzioni scolastiche la gestione ordinaria del proprio personale deve rimanere ferma anche nel processo dì trasferimento di funzioni dallo Stato alle Regioni. Da ciò devono trarsi due corollari: per il primo, se devono rimanere ferme le competenze delle istituzioni scolastiche autonome in tema di personale, le nuove competenze regionali in materia devono riguardare competenze che oggi sono esercitate dagli organi centrali o periferici del Ministero. Il secondo corollario è che ciascuna Regione, nell'esercizio delle proprie competenze, potrà delegare all'autonomia scolastica ulteriori compiti e prerogative (oltre quelle riconosciute dalla legge statale sull'autonomia).

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    Ore 11.50

    Interviene Giovanni Tarli Barbieri, docente di Diritto Costituzionale all'Università di Firenze, di cui pubblicheremo una sintesi appena disponibile.

    Ore 13.20

    Nel pomeriggio i lavori riprendono con una serie di domande ai relatori.

    Giorgelli Francesco, Università di Firenze, si sofferma sul ruolo delle Regioni rispetto alle Università e chiede se si tratta solo di enti finanziatori o se hanno anche un ruolo diverso in particolare sul controllo/valutazione.

    Alessandro Rapezzi, segretario generale FLC CGIL Firenze, pone due questioni sul ruolo di programmazione delle regioni rispetto alle scuole statali. Se le esigenze formative sono superiori alle risorse di organico assegnate dallo Stato c'è la possibilità di integrazione da parte delle Regioni con risorse proprie? Con la programmazione dell'offerta formativa da parte delle Regioni possono determinarsi anche nuovi modelli scolastici?

    Alberto Artioli, responsabile Dipartimento Formazione CGIL Piemonte, in vista dell'applicazione piena del Titolo V, esprime preoccupazione per la contrattualità/conflittualità tra diversi livelli dello Stato. Chiede se non vi sia un problema di rappresentanza delle autonomie. Rileva che non è valorizzato il ruolo degli organi collegiali, dei soggetti territoriali, degli stakeholders. Ritiene che vi sia la tendenza a dettagliare troppo le "norme generali". Non valuta positivamente che la Corte Costituzionale si trovi, di fatto, a legiferare.

    Giusto Scozzaro, segretario generale FLC CGIL Sicilia, dopo aver sottolineato che il regionalismo appare un processo ormai inevitabile, si domanda come si possa ovviare alle possibili diverse velocità, nell'esercizio delle competenze previste dal Titolo V della Costituzione, da parte delle varie regioni.

    Giovanni Lo Cicero, centro nazionale FLC CGIL, chiede quali siano le modalità per definire LEP e standard minimi nella formazione professionale, al fine di preservare, anche in quest'ambito, un quadro di sistema nazionale. Inoltre chiede se la formazione professionale pubblica rientra nelle competenze regionali previste dal titolo V della Costituzione, tenuto conto del ruolo attualmente esercitato dalle province e dai comuni.

    Le risposte dei relatori

    Sulle questioni poste da Giorgelli intervengono il prof. Tarli Barbieri e prof. Garofalo che sottolineano l'importanza di una corretta definizione dei rapporti Stato/Regioni/Università ed in particolare sulla possibilità di legiferare da parte delle Regioni che in ogni caso non sono solo enti finanziatori.

    Il dott. Rubinacci e il dott. Satti intervengono sull'argomento posto da Rapezzi, chiarendo che il ruolo di programmazione delle Regioni non è esclusivo in quanto condizionato dagli organici assegnati dallo Stato e che le Regioni potrebbero intervenire con fondi propri vista la propria autonomia impositiva.

    Risposte a più voci vengono date ai questi posti da Scozzaro e Artioli. Il prof. Tarli Barbieri, dopo aver ribadito che non esiste una risposta univoca e che occorre distinguere tra "lentezze" riguardanti l'esercizio delle funzioni legislative e "lentezze" inerenti le funzioni amministrative, ricorda che la Costituzione, all'art. 120, prevede, in casi estremi, l'utilizzo del potere sostitutivo dello Stato.

    Il prof. Rubinacci, premesso che l'attuale sistema centralistico non garantisce l'uguaglianza degli esiti formativi, sottolinea l'importanza dell'adozione dei livelli essenziali di prestazioni (LEP) e la previsione di interventi perequativi per le aree più in difficoltà.

    Il prof. Garofalo ricorda la rilevanza dell'azione del sindacato quale elemento fondamentale per il mantenimento del carattere unitario e nazionale del sistema di istruzione e formazione del nostro paese.

    Il dott. Satti, ribadendo la complessità di questa materia, si rivolge a Lo Cicero e ricorda che a partire dall'a.s. 2011/2012, se saranno siglati gli accordi in conferenza Stato-Regioni previsti dal capo III del Dlgs. 226/05, avremo standard minimi validi per tutto il territorio nazionale che saranno alla base dell'elaborazione di modelli regionali della formazione professionale.

    Il professor Giovanni Tarli Barbieri sottolinea che la contrattualità tra diversi livelli dello Stato è un fatto fisiologico, positivo. Il problema è come si riporta a razionalità il sistema e questo richiede una definizione precisa dei titoli competenziali dello Stato altrimenti è inevitabile l'intervento della corte costituzionale. Ma vi è la necessità di un profondo dialogo interistituzionale sia verticale che orizzontale. Dialogo che attualmente rimane confinato dentro e tra gli esecutivi e deve invece allargarsi.

    Il dott. Alfonso Rubinacci precisa che l'accordo quadro è l'esito di un processo che si è svolto all'interno delle istituzioni, senza un confronto con i sindacati, che prefigura una impalcatura finalizzata ad aggredire la questione della differenziazione territoriale degli esiti formativi. Le questioni relative alle rappresentanze ed alla governance potranno essere affrontate una volta che l'accordo sarà formalizzato. L'accordo elenca una serie di iniziative finalizzate a promuovere le condizioni per una omogeneità degli esiti formativi, a cominciare dalla definizione delle norme, dei principi e dei livelli essenziali di prestazioni. A proposito di questi ultimi tiene a precisare che non sono identificabili con gli standard minimi, bensì con la definizione delle condizioni di esercizio dei diritti. I LEP sono finanziati integralmente dallo Stato, per questo sono importanti. Gli standard sono gli strumenti per garantire i LEP. In questo quadro un passaggio strategico è la definizione del costo standard.

    Il prof Giovanni Garofalo ribadisce innanzitutto che il Titolo V deve essere attuato, ciò non toglie che vi siano margini interpretativi.

    Rileva che all'origine di una serie di difficoltà vi è il fatto che si intrecciano due processi di riforma: da un lato la riforma del sistema scolastico che a suo parere poteva essere evitata poiché sarebbe stato sufficiente definire con una legge norme e principi e poi lasciar agire l'autonomia; dall'altro lo spostamento di poteri dallo Stato alle Regioni.

    I due processi potrebbero comporsi se si creasse un livello di governo vicino al territorio nonché un sistema di rappresentanza delle autonomie coinvolte poiché se si intende far perno sulla programmazione è necessario dialogare con gli operatori (tutti) in un organismo che li rappresenti.

    In questo quadro l'azione sindacale deve proporsi l'unità del sistema e dare indicazioni comuni a tutte le Regioni.


    Inizia il dibattito

    Moreno Verdi si sofferma sull'aggressione all'autonomia dei comparti della conoscenza determinata non solo dal federalismo, ma anche da una pesante legislazione nazionale (Dlgs 150, DDL lavoro ecc.). È necessaria una risposta forte ed immediata. In particolare il Dlgs 150/09 dispiega già i suoi effetti sui diritti sindacali e sulla valutazione: dobbiamo essere pronti a fare proposte e ad opporci alle parti che non condividiamo.

    Sul tema delle sanzioni nell'Università è necessario fare chiarezza su cosa si intenda per ruolo dirigente vista la profonda differenza organizzativa tra gli uffici e i dipartimenti.

    Giusto Scozzaro, segretario generale FLC CGIL Sicilia, si dichiara molto soddisfatto dell'iniziativa che è stata fonte di arricchimento. Sul titolo V è giusto criticarlo, ma vanno distinti gli aspetti positivi. Sugli organici è sicuramente pericolosa la limitazione della competenza esclusiva delle Regioni. C'è un forte rischio che si utilizzi il sistema della Formazione Professionale regionale (in crisi) per supplire ai tagli dell'istruzione. È necessario che la discussione sulla formazione non si limiti al sistema formale ma anche a quello non formale ed informale ed in particolare al ruolo che può e deve assumere il sistema regionale di istruzione e formazione.

    Per Marco Broccati, segretario nazionale FLC CGIL, l'esito elettorale ridefinisce gli equilibri anche nel Governo e nella Conferenza Unificata Stato-Regioni. È probabile una forte accelerazione sul Titolo V e sarà forte la tendenza a trasformare il centralismo statale in neo centralismo regionale.

    In questo processo di trasferimento di poteri, è a rischio l'autonomia scolastica perché ancora fragile.

    È necessario attivare, territorio per territorio, tavoli di confronto per far vivere la natura convenzionale dell'autonomia.

    Dobbiamo accelerare, dice Broccati, la nostra iniziativa, costruire piattaforme regionali, promuovere interlocuzioni, stimolare un nuovo rapporto tra centro e periferia.

    Il Trentino, afferma Moreno Silvestri, Università di Trento, vive una condizione particolare. È di centro-sinistra, ma l'assessore è molto decisionista. La sua recente iniziativa di "provincializzazione dell'Università" ha suscitato reazioni controverse anche dentro la FLC e la CGIL.

    È preoccupato del totale disinteresse trentino per le sorti del Sud del Paese e per il rischio di parcellizzazione del sistema universitario.

    Auspica che si definisca presto una proposta chiara e unitaria e che si aprano tavoli di confronto per cercare di dare un minimo comune denominatore.

    Alberto Artioli, responsabile Dipartimento Formazione CGIL Piemonte, innanzitutto ringrazia per il seminario e la sua qualità. Considera necessario che ogni Regione faccia una sua legge e che, nel contempo, lo Stato non abdichi alle sue funzioni. Le leggi regionali, dice, dovranno caratterizzarsi per avere natura programmatoria e per essere elaborate con modalità molto partecipate. Alla CGIL spetta il compito di darsi un documento che possa essere utile strumento di una visione unitaria.

    Per Giovanni Lo Cicero, centro nazionale FLC CGIL, va fatto un approfondimento sui temi posti prima, su come e dove si determinino i livelli essenziali delle prestazioni e gli standard minimi per la formazione professionale, sia privata che pubblica - gestita direttamente dagli enti locali attraverso istituzioni o aziende speciali o agenzie miste previste dalla 142/90 - su delega delle regioni titolari della competenza esclusiva. Lo Cicero cita l'esempio dei corsi triennali di istruzione e formazione, resi ordinamentali dalla 133/08, per i quali gli standard minimi si deciderebbero in sede di Conferenza unificata Stato regioni e autonomie locali, ma che le regioni integrerebbero con risorse aggiuntive, determinando il rischio di disuguaglianze tra i cittadini di regioni forti e quelli di regioni deboli. Oltre ai triennali, prosegue, vi sono le azioni di formazione previste dalla 845/78, quelle di formazione continua afferenti ad altre risorse (236/93, fondi strutturali, fondi interprofessionali) a forte rischio di dumping contrattuale, oggi rese più attuali dalle misure anticrisi e dall'accordo "Linee guida per la formazione 2010" sottoscritto dalla Cgil il 17 febbraio scorso. Per ridurre le discriminazioni e la precarizzazione del settore, conclude Lo Cicero, sono necessari un repertorio nazionale delle qualifiche e un sistema nazionale della Formazione Professionale, nel quadro di quello per la formazione permanente già previsto dal ddl di iniziativa popolare presentato dalla Cgil assieme a FLC, SPI ed Auser.

    L'ultimo ad intervenire è Claudio Arcari, FLC CGIL Lombardia, che ci ha lasciato una sintesi del suo intervento.
    "Intervengo per evidenziare la situazione che si sta presentando nella regione dalla quale provengo: la Lombardia.
    Un laboratorio/modello, utilizzato dall'attuale governo di centrodestra, per esperimentare numerosi "strappi" specie sui settori pubblici della conoscenza.
    Nel nostro congresso regionale a Desenzano del Garda abbiamo ragionato sulla "necessità" e i limiti di una revisione delle regole legali sulla contrattazione collettiva, avendo ben presente una discussione sollevata dal prof. Zoppoli dell'Università Federico II di Napoli che proprio durante un convegno organizzato dalla CGIL ebbe a dire, cito testualmente: "il livello regionale potrebbe, anche senza alterare l'attuale struttura della contrattazione collettiva pubblica, diventare uno snodo innovativo e responsabilizzante del potere d'indirizzo e di regolazione della contrattazione collettiva a livello integrativo". Come congressisti della FLC CGIL Lombardia siamo giunti a questa conclusione comune e condivisa: non è più rinviabile, anche nel nostro congresso nazionale, la discussione su come affrontare "di petto" la questione del decentramento con l'obiettivo di provare a governarlo.
    Formigoni, infatti, sperimenta su tutto, sui precari, sul sistema d'istruzione e formazione professionale ( col sistema I e FP), sull'art. 48 del 276, candidandosi, primo in Italia, ad espletare l'obbligo scolastico con l'apprendistato.
    Non è escluso che il nostro governatore osi di più anche sul pubblico impiego della scuola, "avventurandosi" in ulteriori sperimentazioni su altre partite "spinose" riguardanti la premialità e il merito del personale non solo docente.
    La nostra richiesta è, quindi, chiara: non dobbiamo più rincorrere le regioni che vogliono spingere l'acceleratore sulla devoluzione e sul federalismo scolastico.
    Dobbiamo anche riconsiderare come sindacato, soprattutto dopo il voto, il ruolo e le competenze della Conferenza Stato Regioni dal momento che questa rappresenta la sede d'incontro tra le diverse posizioni dei soggetti istituzionali.
    In molte altre regioni bisognerà abituarsi, come in Lombardia, a confronti serrati e continui in sede locale sui tavoli regionali istituzionali, obbligando la nostra categoria ad avere uno stretto rapporto con le nostre strutture regionali confederali in un ottica veramente "confederale", ponendoci anche la necessità di ragionare su come predisporre un'azione di coordinamento capace di agire a livello nazionale.
    In altre parole, non possiamo correre il rischio di avere risposte regionali diverse ai diversi problemi che verranno sollevati regione per regione, come non possiamo correre il rischio di avere più e diverse FLC o addirittura diverse CGIL sempre regione per regione".

    Ore 15.20

    Il seminario si chiude con l'intervento di Domenico Pantaleo, segretario generale FLC CGIL, che, nel ringraziare gli organizzatori, gli esperti ed i numerosi partecipanti,  sottolinea la rilevanza e l'attualità del tema affrontato oggi, del quale da tempo ci stiamo occupando ma per il quale ora occorre fare un salto di qualità.

    Pantaleo sviluppa la sua riflessione  partendo da alcune considerazioni di contesto:

    Innanzitutto è necessario garantire un governo unitario e democratico di questa problematica, che non può essere invece affrontata individualmente dalle singole regioni.

    "Noi chiediamo - afferma il segretario generale - che tutta la discussione sia trasparente e veda la  partecipazione delle comunità locali, di tutti i settori della conoscenza, a partire dalle istituzioni scolastiche e del sindacato, finora esclusi o rimasti ai margini di un processo che ha interessato solo i rappresentanti dei soggetti istituzionali coinvolti".

    Questi processi e la costruzione delle scelte  hanno, invece, bisogno di una grande partecipazione di tutti; Bruno Trentin sosteneva che i processi di autogoverno devono partire sempre dai luoghi di lavoro. Ma la discussione sull'applicazione del Titolo V in riferimento all'istruzione e formazione professionale e il rapporto con la Conferenza Unificata non è stata, fino ad ora, un'esperienza esaltante.

    Su questo terreno c'è bisogno di avviare una forte interlocuzione ed anche nelle singole regioni  va sancito un rapporto contrattuale, che risolva la situazione ad oggi molto differenziata.

    Il disegno costituzionale non solo non è stato attuato, ma c'è stato un arretramento.

    Le ragioni vanno principalmente ricercate nell'assenza di un disegno strategico unitario Attualmente registriamo  che le scelte fin qui attuate hanno prodotto strappi istituzionali ed un contenzioso accentuato tra Stato e Regioni.

    Siamo ora ad un passaggio di fase complesso e non solo per via del  risultato elettorale regionale, con una più decisa presenza della Lega, che spingerà per un più marcato regionalismo, ma perché non c'è una chiara visione strategica dell'intera questione.

    Centrale è il tema dell'attuazione del federalismo fiscale e del  finanziamento del sistema d'istruzione.

    La spesa dello Stato  è progressivamente diminuita, mentre quella delle Regioni è aumentata, ma con differenze sostanziali, in relazione alle diverse disponibilità economiche,  così come è aumentata la spesa dei privati.

    È una tendenza che si consolida  e la vicenda dei contratti di disponibilità per i precari della scuola ne è un esempio emblematico: lo Stato taglia gli organici delle scuole autonome e  poi impone alle regioni di intervenire con proprie risorse a risolvere quelle che nel contempo , diventano vere e proprie emergenze sociali.

    Nello sfondo c'è la riforma presidenzialista rilanciata in queste ore dal presidente del Consiglio.

    "Noi - insiste Pantaleo - non dobbiamo commettere l'errore di apparire come i nostalgici dello stato centrale, ma dobbiamo far avanzare il processo regionalista secondo i nostri principi e le nostre idee":

    1. l'unità del Paese va garantita e rilanciata: un paese si divide se i diritti universali sono a geometria variabile. È un rischio presente e non solo sull'istruzione. Apprezziamo  lo sforzo compiuto con l'ipotesi di Accordo /Intesa, ma  rileviamo e denunciamo l'assenza di un sistema di cooperazione interistituzionale, necessario se si vogliono garantire a tutti i cittadini del nostro paese pari diritti. Ne è un esempio significativo l'emanazione dei regolamenti sulla scuola, che sono intervenuti a gamba tesa sulle competenze istituzionali, esautorando regioni e persino il Parlamento.
    2. I LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni), senza una chiara visione della devoluzione fiscale e quindi senza la certezza dei finanziamenti, rischiano  di essere la traduzione e la fotografia delle attuali storture territoriali che risulterebbero ancora più marcate . I LEP non devono definire i  livelli minimi, devono al contrario garantire una qualità alta del servizio, perché stiamo parlando di istruzione e dei diritti che sono ribaditi dall'art. 33 e 34 della Costituzione. I LEP  non sono definibili una volta per tutte e vanno delineate tutte le altre prestazioni connesse e i soggetti e  le risorse che le finanziano! Ma così aumenta il rischio di  geografia variabile sui diritti universali. Su questo aspetto, importantissimo, non ci pare che ci sia una discussione adeguata.
    3. Per quanto attiene al personale, rileviamo una incongruenza tra ciò che è scritto nell'ipotesi di Accordo e ciò che sta accadendo. Come si determinano gli organici, che devono essere rapportati ai LEP? Se decide unilateralmente lo Stato centrale, in realtà le istituzioni scolastiche e le regioni non hanno la possibilità di svolgere la loro attività di programmazione né di garantire un'adeguata offerta formativa. Vanno quindi modificati i criteri e le  modalità con i quali gli organici si determinano, sapendo che i piani dell'offerta formativa e quindi i LEP necessitano di organici pluriennali.

    Ma ora è tutto fermo, anzi si sta arretrando. Si veda l'impianto fortemente centralistico della legislazione Brunetta,  che ripropone la rilegificazione del rapporto di pubblico impiego ed è in netta controtendenza con quanto si prevede proprio con il Titolo V.

    Un processo di regionalizzazione, sottolinea Pantaleo, si ridefinisce in un quadro di nuove autonomie e implica quindi che  anche le Regioni ripensino se stesse in rapporto con il ministero e le sue articolazioni territoriali,le altre autonomie locali e sopratutto con le istituzioni scolastiche.
    Per ridefinire, in questo quadro, i nuovi impegni  e responsabilità non basta solo una legge regionale; occorre un nuovo impianto organizzativo che faccia fronte alle nuove rilevanti competenze.
    "Non credo - Pantaleo fa un esempio - che per l'Università il problema sia tanto la questione della loro presenza nei Consigli di amministrazione, quanto invece un maggior raccordo tra territorio ed università, le modalità della loro necessaria interrelazione". Analogo problema riguarda gli  istituti di ricerca.

    Dopo la discussione di oggi, conclude il segretario generale della FLC CGIL, puntuale ed approfondita, arriveremo al Congresso nazionale più attrezzati su un tema che sarà sicuramente al centro del dibattito istituzionale e politico nei prossimi mesi e a cui la nostra organizzazione saprà dare il proprio contributo, con il coinvolgimento dei lavoratori di tutti i settori della conoscenza, per arrivare a scelte - che chiediamo siano condivise - da cui dipendono i destini non solo dei sistemi pubblici della conoscenza ma anche il destino democratico del nostro Paese.

Aspettando il congresso nazionale